72° anniversario della Liberazione

Vedremo, come al solito, deporre corone di alloro, sui monumenti ai caduti d’Italia, ci saranno i soliti discorsi sulla resistenza, sorgerà, come sempre qualche polemica, insieme ad altre manifestazioni che coinvolgono l’Italia, in occasione di questo anniversario. La triste verità è che dopo settantadue anni dai fatti accaduti, il nostro Paese, non si è, purtroppo, riappacificato e ancora non si è in grado di condurre una analisi obiettiva e serena sulla Resistenza. Io credo doveroso che a tanti anni dalla fine della guerra, richiamare alla memoria la sofferenza dell’uomo che accompagna ogni conflitto. A questo proposito, desidero ricordare i migliaia di giovani partiti con l’Amor di Patria nel cuore, e non più tornati dai vari fronti, dove si combatteva la seconda guerra mondiale. Allora, a differenza del primo conflitto, i combattimenti si svolsero nei Balcani, in Africa ed in particolare in Russia, dove i sacrifici e le vittime, furono enormi.

Fra i tanti giovani che partirono, vorrei ricordare la storia di un ragazzo di nome Sante, soprannominato Santone per la sua stazza, che prima di partire, ogni mattina, alle cinque, con la sua bicicletta e con la cesta fissata sopra, andava a consegnare il pane ancora caldo, appena sfornato dal forno di famiglia, nei casali, sparsi fra la campagna. Arrivata la guerra, partì, come tanti altri e, alla madre, che presagiva il peggio (già provata per la detenzione di altri due figli durante la prima campagna d’Africa), e che lo scongiurava di non arruolarsi, rispondeva…”Mamma, non piangere, è il dovere e la Patria che mi chiamano!…”. Così, quel ragazzo quasi ventenne, come tantissimi altri, partì con la Divisione Torino per il Fronte Russo. Nelle lettere, che i soldati mandavano alle famiglie, badate bene, non si parlava di politica, c’era solo la speranza di tornare presto e la richiesta di aiuti per integrare quel poco che forniva il Governo. Ecco, allora, la felicità per le piccole cose, per un pacco giunto da casa, dove in situazioni così difficili, l’animo umano riscopre l’essenzialità della vita, del cibo, il modo di ripararsi dal freddo terribile dell’inverno russo. Così scriveva alla madre nel dicembre del ’42, quel Caporal Maggiore della Divisione Torino….”…non ti posso descrivere quale gioia nell’aprirlo, che soddisfazione. Trovai: una maglia magnifica, una sciarpa, un paio di guanti, dieci fogli e dieci buste, due scatole di carne, due di acciughe, una di sardine, un pezzo di sapone da barba. Ieri io ho messo la carne, ed il mio amico di Ancona ha messo il pane che gli arrivò dall’Italia…”. Ed in un’altra di pochi giorni dopo…”…ora mi occorre: inchiostro, mangiare, carta da scrivere, mangiare, medicinali per il mal di testa, raffreddore, gola, mal di denti e per i pidocchi che ne abbiamo molti. Non abbiamo i pidocchi per la noncuranza della persona, ma perché non possiamo lavare gli indumenti che indossiamo, per mancanza di acqua. Ora speriamo bene, laveremo con la neve..”. Quella che non veniva meno era la speranza di tornare presto. “….Se la posta mia tarda, non pensare male…nessuna nuova, buona nuova”, scriveva alla fine di dicembre. Non fu così, Il 30 gennaio del ’43, veniva dato per disperso a Makaroff, piccola località lungo il fiume Don, inghiottito come migliaia di altri nostri soldati, dal Generale Inverno. Pochi ricordano questa parte del conflitto sul fronte russo, tant’è che il Corriere della Sera, di qualche mese fa, riaprì la memoria sulle vicende narrate, riportando la notizia che non a tanti chilometri da Mosca, sono state trovate fosse comuni di tantissimi militari Italiani, con le piastrine ancora intatte.

Cari Amici, riflettiamo su quei giovani, che finita la guerra, credevano in un futuro migliore e non hanno visto realizzate le loro speranze . Pensiamo ai nostri giovani d’oggi, anche loro con le stesse aspettative, che cercano un lavoro, un punto di riferimento per un futuro dignitoso e più equo. Questo Governo, come i precedenti, silente, si dia da fare per loro. Allora, anche i giovani d’oggi, acquisteranno quel senso di “Amore e Rispetto per la Patria”, che è assente prima nelle Istituzioni e poi in tutti noi Italiani, sempre più delusi. In ricordo di Sante e di tutti coloro che non tornarono più e delle loro famiglie private degli affetti più cari.

Riferimento: Biblioteca Comunale di Limena (Padova) Quaderni di Storia e Cultura locale.

Di  R.D.S. Aggujaro

Anche quest’anno la festa della Repubblica è occasione di sterili polemiche che nulla sono se non banale chiacchiericcio di soggetti che recitano a copione.  Chi ancora crede nella Repubblica e non vuole scordare il sacrificio dei molti che hanno ricostruito il Paese deve riflettere sul perché oggi l’Italia è decisamente peggiore di quella uscita distrutta dalla guerra.

Sarebbe troppo facile sostenere che il Paese va male perché ostaggio delle consorterie, di politici arroganti ed imbelli, convinti che ad essi tutto è dovuto, di una mediocre classe dirigente e di una onnipresente ed onnipotente burocrazia che pretende di regolare in tutto e per tutto la vita dei cittadini. Se siamo giunti a tanto la colpa è delle generazioni nate nel secondo dopoguerra. Quelle che hanno tollerato che la corruzione diventasse endemica estendendosi a tutti i settori della società. Quelle generazioni che si sono disinteressate della politica e che ha semplicemente delegato ad altri la tutela dei propri diritti di cittadini.

COSA FARE?

Iniziamo con il togliere la fiducia a tutti quegli ENTI INTERMEDI (Associazioni professionali, Sindacati, Associazioni non profit) i cui dirigenti hanno abusato delle loro posizioni per arricchirsi ingannando i milioni di iscritti che gli hanno dato credito. Non riconoscere più a questi signori il potere di rappresentanza levandogli le deleghe è il primo necessario passo per la ricostruzione del Paese. L’Italia è un grande Paese con enormi potenzialità capace di dare un futuro alle nuove generazioni purché ogn’uno di noi smetta di chiudere gli occhi e fingere di non vedere il disastro che si profila all’orizzonte

Maron Danilo